Raccolto nocciole 2026, Italia in ripresa ma sotto potenziale

raccolto nocciole 2026

Il raccolto nocciole 2026 è ormai alle porte, ma per i produttori è ancora presto per tirare le somme. Finché le nocciole non sono in azienda, le incognite restano molte. Con un occhio agli impianti e l’altro ai mercati, i corilicoltori arrivano alla raccolta dopo un’annata segnata da caldo, stress idrico e cascola precoce, consapevoli che un violento temporale estivo può ancora compromettere in poche ore il lavoro e gli investimenti di un’intera stagione.

Come è andata l’annata?

In Italia gli operatori della filiera speravano che, dopo diversi anni di raccolti insoddisfacenti, il 2026 segnasse finamente la svolta destinata a dare fiducia al comparto.

Segnali di ripresa sembrano giustificare un moderato ottimismo per l’imminente raccolto nocciole 2026 che, pressoché dappertutto, si presenta in miglioramento rispetto al biennio precedente, ma siamo ancora lontani dal pieno raggiungimento del potenziale produttivo nazionale. 

Anche quest’anno i corilicoltori hanno dovuto fare i conti con quelle che ormai non si possono più considerare semplici anomalie meteorologiche, perché sono veri e propri cambiamenti climatici che si verificano puntuali da diversi anni. Siccità, temperature estreme, scottature fogliari, venti impetuosi e grandinate hanno falcidiato le produzioni in diversi areali lungo tutto lo Stivale e, anche laddove le nocciole non sono cascolate in anticipo, ne è stato ridotto l’accrescimento con inevitabili conseguenze negative sulla resa in sgusciato.

Gli agricoltori hanno cercato di ovviare facendo ricorso ad applicazioni di prodotti antistress come riflettenti e biostimolanti, ma soprattutto all’irrigazione – laddove questa è possibile – ottenendo risultati interessanti. Quest’anno sembra che a fare la differenza per la quantità e la qualità del prodotto sia stata proprio la possibilità di irrigare. Ma molti areali storici, da cui provengono produzioni di eccellenza, hanno giaciture collinari e non hanno disponibilità idriche.

Quella che fino a qualche anno fa era una tipica coltura asciutta di fatto è divenuta irrigua. Sarà ancora possibile una corilicoltura da reddito senza irrigazione? Sarà irrinunciabile l’impiego di prodotti antistress?

Le attese sul prezzo del raccolto nocciole 2026

Le preoccupazioni dei corilicoltori italiani sono anche legate alle dinamiche globali dei prezzi delle nocciole. Dopo anni avari di soddisfazioni, che hanno messo in crisi economica molte aziende corilicole, è forte l’aspettativa per un prezzo adeguato. Ma a questo proposito non tutti i segnali sono incoraggianti.

Quest’anno in Turchia non si sono verificate le gelate che nel 2025 avevano falcidiato la produzione per cui si prevede una produzione normale, inoltre diversi osservatori prevedono un raccolto abbondante in Georgia. In Cile, poi, il raccolto è stato da record. Anche in Francia regna un cauto ottimismo.

Di conseguenza i prezzi sono previsti in ribasso, anche come conseguenza di una prevista riduzione della domanda a livello mondiale.

Le previsioni per l’Italia

Quali saranno la quantità e la qualità delle nocciole che stanno per essere raccolte? L’abbiamo chiesto – in vista del raccolto nocciole 2026 – ad alcuni tecnici corilicoli delle regioni più rappresentative che hanno il polso della situazione.

Lazio
Benedetto Valentini e Giacomo Santinelli – Ufficio agronomico Assofrutti

La campagna corilicola 2026 si avvia alla conclusione. Quando si prevede l’inizio delle operazioni di raccolta?

La raccolta nel Lazio si presenterà con un anticipo di circa 10 giorni rispetto alla media storica. Le prime operazioni dovrebbero iniziare tra il 20 e il 22 agosto, favorite dall’andamento climatico particolarmente caldo registrato a partire dal mese di giugno.

Quali previsioni si possono fare sulla quantità e sulla qualità della produzione dell’annata? Dopo alcune annate negative che hanno pesantemente penalizzato tutto il comparto, possiamo dire che finalmente ci sono segnali di una svolta in senso positivo?

Le prime valutazioni effettuate tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate lasciavano ipotizzare un’ottima produzione. Con il procedere della stagione, però, le stime sono state progressivamente ridimensionate a seguito delle elevate temperature, della comparsa di cascola precoce in alcuni areali e delle prime osservazioni qualitative sui frutti. Ad oggi, salvo ulteriori imprevisti climatici nelle prossime settimane, stimiamo una produzione regionale compresa tra 34.000 e 38.000 tonnellate, comunque in netto recupero rispetto al 2025.

Va però sottolineato che la campagna è ancora in corso e che le piante stanno affrontando proprio in queste settimane una fase estremamente delicata. Le elevate temperature continuano a mettere a dura prova il nocciolo e sarà determinante verificare come i frutti completeranno la maturazione nei prossimi 10-15 giorni. Per questo motivo le stime attuali devono essere considerate ancora suscettibili di variazioni, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti qualitativi e le rese allo sgusciato.

Oggi possiamo comunque parlare di un recupero produttivo rispetto al 2025, ma non ancora di un ritorno alla normalità. Le piante stanno ancora affrontando condizioni climatiche particolarmente stressanti e sarà la raccolta, insieme alle analisi qualitative, a dirci quale sarà il reale impatto sulla qualità e sulle rese allo sgusciato.

In quale misura la cascola precoce ha inciso sulla produzione? Quali sono i fattori che l’hanno scatenata?

La cascola precoce è risultata meno intensa rispetto al 2025, ma è rimasta comunque presente in molti areali. Le cause sono probabilmente molteplici e spesso concomitanti. Una cascola particolarmente abbondante è stata rilevata soprattutto sulla cultivar Giffoni. Oltre ai frutti caduti precocemente, in diversi appezzamenti stiamo osservando anche una quota di nocciole apparentemente normali ma prive di seme o con seme fortemente sottosviluppato. Si tratta di un fenomeno che potrebbe essere riconducibile a problemi di fecondazione, a stress termici durante le fasi di accrescimento oppure ai danni provocati dalla cimice asiatica, che continua a rappresentare una delle principali avversità del nocciolo. L’incidenza reale di questo fenomeno sarà quantificata attraverso le prove qualitative previste per la metà di agosto.

Quale bilancio fitosanitario è possibile finora per questa campagna? Sono apparse nuove avversità oppure quelle tradizionali hanno mostrato recrudescenze?

Anche nel 2026 la cimice asiatica si conferma l’avversità che ha richiesto il maggior numero di interventi, soprattutto nei comprensori storicamente più colpiti. Parallelamente prosegue il programma di lotta biologica attraverso i lanci del parassitoide esotico Trissolcus japonicus, realizzati in diversi areali della provincia di Viterbo nell’ambito del programma realizzato dal coordinamento corilicolo territoriale (CCT).

In diversi areali è stata osservata anche la presenza di nocciole caratterizzate da un tipico annerimento dell’apice (“punta nera”). Per approfondire l’origine del fenomeno, abbiamo avviato un’attività di ricerca con il gruppo di Patologia Vegetale dell’Università degli Studi della Tuscia, coordinato dal Prof. Angelo Mazzaglia. Le prime analisi fitopatologiche hanno evidenziato con maggiore frequenza l’isolamento di funghi appartenenti ai generi Diaporthe e Fusarium, suggerendo che tali sintomi possano rappresentare una fase iniziale dell’evoluzione della cosiddetta necrosi grigia del frutto. Le elevate temperature registrate durante l’estate potrebbero aver contribuito a modificare i microclimi all’interno della chioma e tra i diversi areali, influenzando la dinamica di colonizzazione dei patogeni sul frutto.

Nocciole che presentano l’annerimento dell’apice (“punta nera”) – Foto Giacomo Santinelli

Altra  problematica di attualità è il cosiddetto mal dello stacco. Nell’ambito della stessa collaborazione è stata condotta un’estesa campagna di campionamento nei principali areali corilicoli del Lazio. Le analisi preliminari indicano un quadro eziologico più complesso rispetto a quanto finora descritto, con l’isolamento, oltre ad Anthostoma decipiens, di ulteriori patogeni associati ai sintomi osservati, alcuni dei quali potrebbero rivestire un ruolo di maggiore rilevanza epidemiologica. I risultati sono attualmente in fase di approfondimento e saranno oggetto di future pubblicazioni scientifiche.

Come si è caratterizzata l’annata sotto il profilo climatico? In particolare si sono verificate situazioni climatiche estreme che hanno avuto effetti negativi sul raccolto?

Il 2026 è stato caratterizzato da un andamento climatico decisamente estremo. A partire da giugno si sono susseguite diverse ondate di calore con temperature frequentemente superiori ai 35 °C e precipitazioni inferiori alla media.

L’interpretazione dei dati della rete di stazioni meteorologiche Assofrutti evidenzia differenze molto marcate tra i diversi areali corilicoli. Le stazioni delle aree più calde hanno registrato un numero di ore con temperature superiori ai 35 °C di quattro volte superiore rispetto alle stazioni situate negli areali temperati, mentre quelle collocate nelle zone più fresche hanno evidenziato un’esposizione molto più contenuta agli stress termici.

La letteratura scientifica indica proprio nei 35 °C una soglia critica per il nocciolo, oltre la quale la pianta tende a ridurre progressivamente l’apertura degli stomi per limitare la perdita d’acqua, con una conseguente diminuzione dell’attività fotosintetica.

Ingenti danni causati da una tromba d’aria e grandine in un noccioleto di Sutri (VT) – Foto Giacomo Santinelli

Sul territorio laziale si sono inoltre verificati eventi meteorologici particolarmente intensi. Una violenta grandinata ha interessato un’area di Gallese, mentre una tromba d’aria ha colpito diversi comuni causando danni significativi ai noccioleti. Per quest’ultimo evento è stata presentata richiesta di riconoscimento dello stato di calamità naturale e si è in attesa delle valutazioni delle istituzioni competenti. L’entità dei danni è risultata molto variabile, con aziende che hanno subito perdite anche importanti.

In particolare le ondate di caldo eccezionale che si sono succedute a partire dal mese di giugno possono aver influenzato negativamente le rese allo sgusciato riducendo anche le dimensioni dei frutti?

È un’ipotesi molto concreta. Le alte temperature registrate durante la fase di accrescimento del seme possono aver determinato un rallentamento o un blocco parziale del suo sviluppo.

Le conseguenze potrebbero tradursi in una riduzione del calibro e, soprattutto, in rese allo sgusciato inferiori alle aspettative, anche in presenza di una buona produzione in guscio. A questo si aggiunge la presenza, osservata in diversi appezzamenti, di nocciole prive di seme o con seme incompletamente sviluppato, fenomeno che potrebbe incidere ulteriormente sulle rese industriali. Le prove qualitative della metà di agosto permetteranno di quantificare sia la percentuale di frutti vuoti sia l’effettiva resa allo sgusciato e verificare le differenze tra i diversi areali.

Gli agricoltori a quali mezzi hanno fatto ricorso per attenuare gli effetti negativi delle alte temperature e dell’irraggiamento solare? Quali risultati hanno conseguito?

Molti agricoltori hanno incrementato l’impiego di biostimolanti, in particolare formulati a base di estratti di alghe, amminoacidi e sostanze in grado di migliorare la risposta fisiologica della pianta agli stress abiotici.

Parallelamente si è osservato un crescente interesse verso prodotti come la zeolite o formulati a base di calcio. Pur non rappresentando una soluzione definitiva, questi strumenti hanno mostrato risultati interessanti nella mitigazione degli effetti dello stress termico, soprattutto se inseriti all’interno di una gestione agronomica complessiva che comprende una nutrizione equilibrata. L’esperienza maturata negli ultimi anni suggerisce inoltre che i prodotti destinati alla mitigazione degli stress abiotici dovrebbero entrare stabilmente nei protocolli di gestione aziendale e non essere impiegati esclusivamente in condizioni di emergenza.

Tuttavia, nelle aree maggiormente esposte alle ondate di calore si sono comunque osservate bruciature anche importanti sia sulle foglie sia sui frutti, soprattutto nelle porzioni della chioma esposte alle ore più calde della giornata. Questo conferma come le temperature raggiunte durante l’estate 2026 abbiano superato, in diversi momenti, la capacità di adattamento della pianta e l’efficacia delle sole misure di mitigazione.

Alla luce dei problemi emersi nel corso dell’annata, su quali temi ritenete che debba concentrarsi la ricerca scientifica?

Negli ultimi anni è diventato evidente come il cambiamento climatico stia modificando profondamente la corilicoltura italiana. La ricerca dovrà quindi concentrarsi sempre più sulla resilienza del nocciolo agli stress climatici.

Tra le priorità rientrano una migliore comprensione dei meccanismi che regolano fecondazione e allegagione in condizioni climatiche anomale, lo studio delle fisiopatie emergenti legati alla cascola, lo sviluppo di strategie efficaci per mitigare gli effetti delle ondate di calore e il miglioramento della difesa integrata contro la cimice asiatica.

Parallelamente sarà fondamentale investire in sistemi di monitoraggio sempre più avanzati, modelli previsionali delle principali avversità, agricoltura di precisione e strumenti di supporto alle decisioni. L’obiettivo dovrà essere quello di fornire ai produttori indicazioni sempre più tempestive e mirate per affrontare stagioni caratterizzate da una variabilità climatica ormai diventata strutturale.

Campania
Francesco Napolitano – Responsabile tecnico OP Cerere

La campagna corilicola 2026 si avvia alla conclusione. Quando si prevede l’inizio delle operazioni di raccolta?

In Campania l’inizio delle operazioni sarà come sempre scaglionato in base alla precocità delle varietà e all’altitudine degli impianti. Per la San Giovanni, varietà tipicamente precoce, i primi stacchi nell’area nolana e vesuviana sono già in corso, tanto che buona parte degli agricoltori anticiperà la raccolta alla seconda settimana di agosto. Seguiranno subito dopo la Mortarella e la Tonda di Giffoni tra la metà e fine di agosto, mentre per le varietà tardive dell’interno avellinese la raccolta si protrarrà per tutto settembre.

Quali previsioni si possono fare sulla quantità e sulla qualità della produzione? Dopo alcune annate negative che hanno pesantemente penalizzato tutto il comparto, possiamo dire che finalmente ci sono segnali di una svolta in senso positivo?

Dal punto di vista quantitativo, stimiamo una produzione media, con rese in sensibile ripresa rispetto ai minimi storici del biennio precedente. La qualità dei frutti si preannuncia molto buona per la Tonda di Giffoni, che beneficia di un’ottima resa allo sgusciato, e soddisfacente per la Mortarella e la San Giovanni, anche se il calibro potrebbe risentire leggermente della siccità estiva negli impianti privi di irrigazione.

In Campania c’è un clima di moderata fiducia. Rispetto alle ultime stagioni – segnate da drammatiche gelate tardive, siccità estreme e attacchi fitosanitari – il 2026 restituisce ossigeno ai corilicoltori campani. Le piante hanno mostrato una buona vegetazione e la carica di frutti è parsa fin dalle prime fasi di sviluppo soddisfacente. Non parlerei ancora di “svolta strutturale”, perché la sostenibilità economica delle nostre aziende dipende fortemente dal rientro dei costi di produzione e dai prezzi spuntati al conferimento, ma sicuramente è un’annata di ripartenza cruciale per dare stabilità finanziaria ai produttori e all’intera filiera regionale.

Impianto di Camponica in buone condizioni vegeto-produttive – Foto Francesco Napolitano

In quale misura la cascola precoce ha inciso sulla produzione? Quali sono i fattori che l’hanno scatenata?

Come da copione, anche quest’anno abbiamo assistito alla cascola precoce che ha inciso in modo disomogeneo. Rispetto agli anni scorsi, però, le perdite registrate sono state più contenute con valori compresi tra il 10% e il 20%, colpendo in maniera differente le diverse cultivar: la Mortarella e alcune tardive avellinesi hanno mostrato una maggiore tolleranza, mentre la Tonda di Giffoni ha evidenziato qualche perdita in più nelle zone a minor disponibilità idrica.

Il fattore determinante è stato lo stress termico-idrico tra fine maggio e giugno, unito ad alcuni sbalzi termici durante la fase di allegagione. Il Brown Stain si è manifestato soprattutto nei noccioleti vecchi e mal gestiti esposti a forte irraggiamento. Il contributo dell’aborto traumatico sulla cascola precoce dovuto alle punture della cimice in fase di allegagione ha inciso in maniera limitata rispetto alle annate precedenti, con maggiore impatto nelle aree collinari, caratterizzate da temperature più fresche e maggiore umidità. Anche l’impatto della mancata fecondazione è stato contenuto, grazie a una fioritura invernale svoltasi in condizioni climatiche sostanzialmente favorevoli.

Quale bilancio fitosanitario è possibile fare finora per questa campagna? Sono apparse nuove avversità e quelle tradizionali hanno manifestato recrudescenze?

Il bilancio richiede un giudizio articolato tra pianura e zone interne. La pressione della cimice asiatica (Halyomorpha halys) e delle cimici autoctone è rimasta alta. Si sono resi necessari in media 3-4 interventi, concentrati tra maggio, giugno e luglio. Negli areali irpini si è dovuta prestare attenzione anche al balanino.

Ad aggravare il bilancio sono le progressive restrizioni sull’uso dei fitofarmaci tradizionali che mettono a dura prova l’efficacia della difesa. L’efficacia dei trattamenti con i principi attivi ammessi (come piretroidi o formulati a basso impatto) è strettamente legata a un monitoraggio capillare tramite trappole: se si sbaglia la finestra di intervento di pochi giorni, il danno da cimice (sia inteso come aborto, sia come cimiciato) aumenta esponenzialmente.

In controtendenza sono risultati i danni da oidio che quest’anno ha fatto registrare attacchi importanti solo nei frutteti non ben aerati o a sesto d’impianto troppo fitto.

Qual è stato l’andamento climatico dell’annata? In particolare si sono verificate situazioni climatiche estreme che hanno avuto effetti negativi sul raccolto?

L’inverno è stato mite e la primavera ha portato piogge utili a ricaricare le falde, fondamentali per l’avvio vegetativo. Tuttavia, il passaggio all’estate è stato repentino. Le criticità climatiche non sono mancate ed hanno interessato tutto il territorio campano. In particolare si segnalano le ondate di calore afoso e prolungato a partire da giugno, che hanno colpito duramente la piana campana e la zona del Nolano. Inoltre eventi temporaleschi con locali grandinate a macchia di leopardo nell’area avellinese ad inizio estate hanno causato danni circoscritti, azzerando la produzione in singoli appezzamenti.

Le ondate di caldo eccezionale che si sono succedute a partire dal mese di giugno possono aver influenzato negativamente le rese allo sgusciato a causa di frutti di ridotte dimensioni?

Sì, l’impatto si farà sentire soprattutto nei frutteti tradizionali non irrigui. Le alte temperature estive hanno ostacolato il completo ingrossamento del seme. Se la San Giovanni è riuscita in parte a “sfuggire” al caldo più estremo grazie alla sua precocità, per la Mortarella e le tardive dell’Irpinia ci aspettiamo un calibro medio leggermente inferiore rispetto agli standard storici, con un possibile incremento della quota di semi raggrinziti, fattore che ridurrà la resa percentuale allo sgusciato. A conferma di questo già i primi controlli qualità eseguiti sulla San Giovanni evidenziano una maggiore presenza di semi sottocalibro e raggrinziti.

A quali soluzioni hanno fatto ricorso gli agricoltori per attenuare gli effetti negativi delle alte temperature e dell’irraggiamento solare e con quali risultati?

In Campania si sta diffondendo una sempre maggiore consapevolezza dell’importanza di una corretta gestione agronomica: c’è una maggiore apertura all’uso di corroboranti e prodotti biostimolanti nel contrasto allo stress provocato dalle ondate di calore prolungate. Si sono rivelati molto efficaci i trattamenti con caolino e zeoliti: molto usati nell’areale del Giffonese e nel Nolano per “imbiancare” la chioma, riducendo le scottature fogliari e abbassando la temperatura interna dei tessuti vegetali di almeno 2-3 °C. L’uso dei biostimolanti fogliari a base di estratti algali, aminoacidi e potassio ha dato buoni risultati a tal punto che in questo periodo si nota un’enorme differenza tra chi ha utilizzato e chi no questa tipologia di prodotti.

Impianto di Mortarella protetto con caolino – Foto Francesco Napolitano

Infine, ma non per ultimo in ordine di importanza, la differenza l’ha fatta l’irrigazione: ove presente, si è confermata lo strumento salvavita fondamentale per garantire rese e calibri eccellenti.

Alla luce dei problemi emersi nel corso dell’annata su quali temi ritenete che debba concentrarsi la ricerca scientifica?

La ricerca, fronte sul quale la OP Cerere è fortemente coinvolta con il supporto prioritario delle nostre Università e del CNR regionali, deve, a nostro avviso, concentrarsi su quattro direttrici strategiche per il territorio:

  1. Adattamento del germoplasma locale al climate change: valorizzare la biodiversità campana (Mortarella, San Giovanni, Camponica) studiando portinnesti e cloni più resistenti allo stress idrico e al sunburn.
  2. Lotta integrata e biologica alla cimice: continuare e rafforzare i lanci dell’antagonista naturale (Trissolcus japonicus / Vespa Samurai) per ridurre la dipendenza dai prodotti fitosanitari.
  3. Studio e gestione del Brown Stain e delle fisiopatie: chiarire le dinamiche di insorgenza di questa fitopatia, legata oltre che alle anomalie microclimatiche estive, anche ai disordini metabolici a cui la pianta è soggetta in seguito ai prolungati periodi di stress.
  4. Modelli di irrigazione efficiente per le zone collinari: sviluppare sistemi di accumulo delle acque piovane invernali e tecnologie di irrigazione di soccorso a basso consumo energetico e idrico per tutelare i corileti collinari dell’Irpinia.

Piemonte
Lorenzo Brigante e Maria Corte – Tecnici Fondazione Agrion

La campagna corilicola 2026 si avvia alla conclusione. Quando si prevede l’inizio delle operazioni di raccolta?

In Piemonte lo stato fenologico dei noccioleti fa sì che l’inizio della raccolta stia avvenendo, per le zone più precoci, proprio in questi giorni della seconda decade di agosto.

Nel 2025 le previsioni indicavano l’inizio delle operazioni di raccolta intorno a Ferragosto nelle aree dell’Astigiano e della bassa Valle Bormida, con una progressione verso le zone collinari dell’Alta Langa, dove il completamento era atteso intorno al 25 agosto.

Nella stagione in corso, invece, l’andamento meteorologico, caratterizzato da temperature elevate e persistenti, ha determinato un’accelerazione dei processi di maturazione. In numerosi areali di pianura e di media collina si osserva già una consistente cascola di frutti maturi, segnale di un anticipo della piena maturazione fisiologica. Tale situazione lascia prevedere un avvio anticipato delle operazioni di raccolta, rendendo opportuno programmare a breve i primi interventi con le macchine raccoglitrici.

Quali previsioni si possono fare sulla quantità e sulla qualità della produzione? Dopo alcune annate negative che hanno pesantemente penalizzato tutto il comparto, possiamo dire che finalmente ci sono segnali di una svolta in senso positivo?

Nel complesso, il quadro produttivo appare decisamente più favorevole rispetto ad alcune delle ultime campagne, in particolare quelle del biennio 2024-2025, durante le quali numerose aziende hanno registrato produzioni pressoché nulle a causa dell’intensa cascola anticipata dei frutti avvenuta nei mesi di maggio- luglio.

Come Fondazione Agrion abbiamo riscontrato un quadro molto disomogeneo tra gli areali. Ci troviamo spesso di fronte ad areali con un carico produttivo importante dovuto ad alcune particolari tecniche agronomiche (irrigazione, fertirrigazione, ecc.) ma anche ad aree in cui la situazione è decisamente negativa, in quanto osserviamo piante obsolete e non più in grado di rispondere a questi cambiamenti climatici termici ed idrici.  

In quale misura la cascola precoce ha inciso sulla produzione? Quali sono i fattori che l’hanno scatenata?
La cascola precoce rappresenta una delle principali criticità della corilicoltura moderna Sebbene il fenomeno sia fisiologicamente presente nel nocciolo, nelle ultime campagne ha assunto intensità e diffusione significativamente superiori rispetto al passato, con ripercussioni rilevanti sul potenziale produttivo.

L’eziologia della cascola è complessa e multifattoriale, entrando in gioco fattori ambientali, nutrizionali e parassitari che possono operare in sinergia.

Nella campagna 2026 sembra che la principale causa della cascola sia riconducibile a un’insufficiente impollinazione. I rilievi di campo hanno infatti evidenziato un’elevata percentuale di frutti caratterizzati dalla presenza del solo guscio, privo della mandorla all’interno, quadro compatibile con un mancato o incompleto processo di impollinazione / fecondazione.

Quale bilancio fitosanitario è possibile finora per questa annata? Sono apparse nuove avversità e quelle tradizionali hanno manifestato recrudescenze?

Un primo bilancio della stagione, tuttora in corso, evidenzia un incremento delle popolazioni di cimici fitofaghe nell’intero areale corilicolo piemontese. Le specie maggiormente rappresentate risultano essere Gonocerus acuteangulatus, Palomena prasina e Nezara viridula, per le quali sono state segnalate presenze diffuse e, in numerosi comprensori, densità di popolazione elevate. Meno presente è stata invece la cimice asiatica che è stata reperita soprattutto nella parte finale della campagna.

I tecnici Agrion e del servizio di assistenza tecnica territoriale hanno effettuato un monitoraggio capillare delle popolazioni mediante rilievi settimanali con la tecnica del frappage. Tale attività ha permesso di definire con precisione la dinamica delle infestazioni e di acquisire dati fondamentali per l’impostazione di strategie di difesa razionali, basate sulla reale consistenza delle popolazioni e sui principi della difesa integrata.

Monitoraggio della presenza di cimici con la tecnica del frappage – Foto Lorenzo Brigante

Tra le principali avversità fitosanitarie della stagione si conferma inoltre Anthostoma decipiens, patogeno agente del mal dello stacco, che ha trovato condizioni particolarmente favorevoli allo sviluppo grazie alla combinazione di precipitazioni primaverili frequenti e temperature ottimali. Nel corso dei monitoraggi sono stati osservati sintomi sia su branche senescenti sia su tessuti legnosi di uno o due anni in impianti in piena produzione, a conferma della capacità del fungo di colonizzare differenti tipologie di materiale vegetale.

La gestione della patologia si basa prevalentemente su interventi di carattere preventivo, attraverso l’impiego di formulati rameici e l’adozione di corrette pratiche agronomiche, quali la potatura fitosanitaria e la tempestiva asportazione del legno infetto.
In tale contesto, il monitoraggio costante degli impianti riveste un ruolo determinante per individuare precocemente i sintomi della malattia e ottimizzare l’efficacia delle misure di contenimento.

Come si è caratterizzata l’annata sotto il profilo climatico? In particolare si sono verificate situazioni climatiche estreme che hanno avuto effetti negativi sul raccolto?

La stagione invernale ha regalato oltre che temperature adeguate al periodo anche qualche precipitazione nevosa. L’accumulo di ore di freddo ha consentito una partenza omogenea delle fioriture femminili con quelle maschili dei principali impollinatori e la piovosità dei mesi di febbraio, marzo ed aprile si è mantenuta su livelli mensili idonei (precipitazioni comprese tra 60 e 100 mm).

Mesi più critici sono stati quelli di maggio e giugno; a fine maggio le temperature massime hanno subito un’impennata facendo registrare valori di 35°C in molte stazioni di rilevamento e a giugno la situazione si è replicata con valori massimi che hanno toccato punte di 38-39°C nelle ore diurne e non sono scesi sotto i 20°C durante la notte. L’innesto di correnti più fresche ha poi generato temporali a carattere grandinigeno che ad inizio e metà giugno hanno colpito duramente molte aree corilicole (comuni dell’Alta Langa, del Monregalese, ecc.) compromettendo non solo il raccolto, ma anche la vigoria delle piante.

In particolare le ondate di caldo eccezionale che si sono succedute a partire dal mese di giugno possono aver influenzato negativamente le rese allo sgusciato riducendo anche le dimensioni dei frutti?

Il caldo eccessivo, se da un lato può aver anticipato la maturazione, dall’altro ha sicuramente aumentato le ustioni fogliari, riducendo la capacità fotosintetica delle foglie nella delicata fase di accrescimento dei semi all’interno delle nucole. Il problema è stato particolarmente avvertito negli impianti non irrigui che rappresentano la maggioranza. La carenza idrica si è ripercossa anche ripercuote anche sulle dimensioni del seme che è cresciuto meno assumendo un aspetto avvizzito.

Ustioni da sole – Foto Lorenzo Brigante

Gli agricoltori a quali mezzi hanno fatto ricorso per attenuare gli effetti negativi delle alte temperature e dell’irraggiamento solare?  Quali risultati hanno conseguito?

Nei bollettini fitosanitari e agronomici emessi da Agrion, a partire dai primi giorni di giugno, è stata richiamata l’attenzione sulle possibili conseguenze delle elevate temperature e dell’intenso irraggiamento solare e sulla necessità di irrigare laddove possibile.

Per le aziende sprovviste di impianti irrigui è stato inoltre raccomandato il ricorso a formulati schermanti a base di caolino o di altri prodotti autorizzati ad azione riflettente, in grado di ridurre l’assorbimento della radiazione solare, contenere la temperatura superficiale della chioma e mitigare gli effetti dello stress termico e luminoso. L’impiego di tali prodotti, inserito in una più ampia strategia di adattamento alle condizioni climatiche estreme, rappresenta un utile supporto per preservare l’attività fisiologica della pianta e limitare gli effetti negativi derivanti dalle ondate di calore, soprattutto negli impianti non irrigui.

Alla luce dei problemi emersi nel corso dell’annata su quali temi ritenete che debba concentrarsi la ricerca scientifica?

La ricerca scientifica acquista valore solo quando riesce a trasformare la conoscenza in strumenti concreti per le imprese agricole. È con questo obiettivo che Agrion, con il sostegno della Regione Piemonte e in collaborazione con le Università, le Organizzazioni dei Produttori e le associazioni sindacali, sta sviluppando progetti mirati ad affrontare le principali criticità della corilicoltura piemontese.

Le attività di ricerca riguardano temi strategici quali: cause e rimedi alla cascola anticipata, l’impollinazione assistita, il miglioramento della fertilità del suolo attraverso una gestione sostenibile del cotico erboso e della biodiversità, il monitoraggio e lo sviluppo di sistemi previsionali per le principali avversità fitosanitarie (quali eriofide e mal dello stacco), l’impiego di biostimolanti per sostenere l’equilibrio fisiologico e nutrizionale delle piante e la valutazione di nuove cultivar e di portinnesti non polloniferi.

Ogni dato raccolto, ogni prova in campo e ogni risultato raggiunto nascono dalla collaborazione con le aziende agricole che ogni giorno scelgono di affiancare Agrion nel percorso della ricerca. A loro va il nostro più sincero ringraziamento: senza il loro impegno, la loro disponibilità e la volontà di sperimentare, la ricerca resterebbe un esercizio teorico. È grazie a questa alleanza che l’innovazione diventa uno strumento concreto per costruire il futuro della corilicoltura piemontese.

Copyright NocciolaRe
Pubblicato 10 agosto 2026

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