SOS NOCCIOLA: il punto sulla crisi produttiva del Piemonte

Non è stato solo un grido di allarme, ma anche un’analisi lucida e concreta delle cause e delle possibili soluzioni per la crisi che da alcuni anni sta attraversando la corilicoltura piemontese e non solo, il workshop SOS Nocciola di Manta (CN) del 19 settembre scorso presso la fondazione Agrion in occasione di FruitLAB.

Dopo cinque anni di raccolti insoddisfacenti al di sotto del potenziale  produttivo regionale, anche quest’anno sono andate deluse le aspettative dei corilicoltori piemontesi che speravano in un deciso cambio di rotta. Molti di loro si stanno interrogando seriamente sul futuro dei loro noccioleti e i tecnici si trovano in evidente difficoltà a fornire indicazioni.

Grande è stata la partecipazione di pubblico che ha gremito la sala a testimonianza della preoccupazione del comparto per la difficile situazione ormai consolidata nel tempo.

Oltre agli aspetti tecnico-scientifici del problema, affrontati da Lorenzo Brigante di Agrion e da Francesca Secchi del DISAFA Università di Torino, molto opportunamente per la prima volta l’analisi è stata estesa anche alle conseguenze economiche della crisi su tutta la filiera piemontese, di cui ha parlato Pier Giorgio Mollea, CEO e Amministratore delegato di Nocciole Marchisio.   

Gli aspetti agronomici della crisi

I numeri presentati da Lorenzo Brigante sono veramente preoccupanti. Nell’ultimo decennio in Piemonte le rese medie sono calate da 15 quintali a 7,5 ad ettaro, mentre la superficie coltivata a nocciolo è aumentata di circa 10.000 ettari, superando i 27.000. Si contava quindi che l’espansione della coltura producesse un parallelo aumento della produzione complessiva che invece si è fortemente contratta.

La causa principale sono stati i cambiamenti climatici a cui seguono in ordine decrescente di importanza le avversità parassitarie, la mancata impollinazione, il degrado dei suoli sempre più poveri di sostanza organica e da ultimo l’adozione di pratiche agronomiche inadeguate. Come conseguenza, la percentuale media di nocciole cascolate anticipatamente, il fenomeno che più angoscia i corilicoltori, è andata drammaticamente aumentando anno dopo anno dal 6% del 2015 al 29% del 2025.

Per dare risposte concrete ai tanti problemi e riportare la produttività ai valori storici si stanno conducendo diverse ricerche e sperimentazioni su tutte le tematiche coinvolte, per la maggior parte nell’ambito del progetto “Tonda Gentile Produttiva”. Il gruppo di lavoro è coordinato da Agrion e ne fanno parte anche il DISAFA – Università di Torino e il Settore Fitosanitario Regionale.

I primi risultati conseguiti nella scorsa campagna 2025-26 verranno resi noti in un incontro che si terrà a Cravanzana il 16 ottobre prossimo.

Gli effetti degli stress climatici sulla produzione

Quali sono i meccanismi fisiologici che stanno alla base del calo produttivo dei noccioli quando si verificano condizioni climatiche estreme di temperatura e siccità e quali le reazioni delle piante per contrastarne gli effetti negativi? A questi interrogativi ha risposto la professoressa Francesca Secchi nel suo intervento.

L’annata 2026 si presta particolarmente bene per approfondire l’argomento perché è stata la più calda dal 1950 e le informazioni raccolte nel corso delle diverse ricerche condotte dal DISAFA insieme ad Agrion in quattro diverse località del Piemonte sono particolarmente significative.

La pianta reagisce agli stress causati dalle alte temperature e dalla siccità attraverso una serie di meccanismi fisiologici e istologici finalizzati a contenere i danni. La prima reazione è rappresentata dalla chiusura degli stomi che comporta però la riduzione dell’attività fotosintetica con conseguenti effetti negativi sulla produzione.

All’aggravarsi dello stress segue poi una serie di alterazioni istologiche a carico delle foglie che si concludono col disseccamento del lembo fogliare responsabile del calo di produzione. Le diverse varietà reagiscono in misura diversa, ma quando temperatura e carenza di acqua diventano estreme, le reazioni della pianta non sono più sufficienti e si manifestano danni irreversibili che hanno effetti non solo sulla produzione dell’anno ma anche di quello successivo.

Come ha impattato la crisi produttiva sul mercato?

Con molta franchezza Pier Giorgio Mollea ha tratteggiato un quadro allarmante, ma non del tutto privo di elementi di positività nel descrivere le difficoltà che sta incontrando tutta la filiera sul mercato globale.

La crisi ha ridotto non solo la quantità ma anche la qualità della produzione, creando non pochi problemi a tutto il comparto. Sono diminuite le rese allo sgusciato e contemporaneamente è aumentato di molto lo scarto. Da qui la difficoltà di assicurare ai clienti in maniera costante negli anni quantità, qualità e prezzo sostenibile. Come conseguenza la nostra nocciola ha perso l’appeal che aveva un tempo e sta perdendo terreno sui mercati.

Non è più sufficiente arroccarsi dietro la convinzione di avere a disposizione quella che viene considerata la migliore nocciola del mondo. Occorre infatti confrontarsi con un mercato globale dove la competitività è cresciuta a dismisura per l’affermarsi di altri paesi come il Cile e l’Oregon che hanno saputo potenziare fortemente la loro corilicoltura rinnovando gli impianti e migliorando le varietà e le tecniche agronomiche. Il loro vantaggio rispetto a noi deriva anche dal fatto che hanno problemi fitosanitari e agronomici minori, per cui hanno produzioni unitarie superiori e di conseguenza possono permettersi prezzi inferiori ai nostri. In altre parole a differenza di noi sono in grado in questi anni di garantire quantità, qualità e prezzo.

L’industria inoltre è particolarmente attenta alla continuità del prezzo negli anni e quindi propone contratti pluriennali, che garantiscono maggiore stabilità al mercato.

Per uscire dalla crisi occorre aumentare le rese ad ettaro e migliorare la qualità. La ricerca deve dare risposte concrete ai problemi con cui i nostri produttori si confrontano nella quotidianità. Le soluzioni devono essere condivise tra tutti secondo uno spirito di squadra.

Solo la sinergia tra tutti i protagonisti della filiera può fare uscire dalla crisi. Le premesse sono positive perché arrivano segnali incoraggianti in primis dalle istituzioni e dal mondo della ricerca.

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Pubblicato 25-09-2026

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