Gelo sui noccioli in Piemonte

Ancora una volta il clima infierisce sulla corilicoltura piemontese. Tra il 26 marzo e il 1 aprile scorso, per alcune notti consecutive si sono verificati forti abbassamenti di temperatura potenzialmente pericolosi per le piante di nocciolo che nella maggior parte delle aree produttive si trovavano nello stadio di tre foglie.

La situazione non è ancora del tutto chiarita per cui bisognerà attendere ancora qualche tempo prima che i sintomi si manifestino compiutamente sugli ovari e sia così possibile tratteggiare  un bilancio definitivo. Ciononostante è possibile fornire un primo quadro dei danni finora riscontrati grazie ai contributi dei tecnici che operano nel settore e tengono sotto controllo il territorio.

Allessatura da gelo su germoglio apicale – Foto Lorenzo Brigante

A tal proposito abbiamo intervistato Lorenzo Brigante, responsabile del comparto corilicolo per Agrion, e Federico Spanna referente per l’agrometeorologia del Settore Fitosanitario e Servizi Tecnico Scientifici della Regione Piemonte.

Dottor Brigante qual è stata la gravità dei danni causati dalle recenti gelate sui noccioleti del Piemonte in relazione anche allo stadio fenologico della coltura?

La gelata ha interessato un areale ampio, ma solo in alcune zone si sono registrati abbassamenti termici rilevanti e pericolosi. Con i tecnici di Agrion ci siamo subito attivati per un monitoraggio delle aree più colpite in Piemonte a partire subito dai giorni successivi.
Al momento si osservano principalmente bronzature fogliari e il disseccamento di alcuni apici vegetali con talvolta qualche ingiallimento a livello fiorale.  
Non risultano evidenze diffuse di danni gravi agli organi riproduttivi al momento.
La valutazione complessiva resta incerta perché lo stadio fenologico era ancora arretrato al momento dell’evento e bisogna valutare le ripercussioni a livello fiorale.
Saranno necessari ulteriori rilievi nelle prossime settimane per quantificare l’eventuale impatto produttivo per l’annata 2026. Il nostro ruolo non si limita al monitoraggio e all’azione sul territorio ma richiede anche un approccio costruttivo che si traduce in un confronto continuo e quotidiano con le imprese agricole locali.

Quali sono le province e gli areali corilicoli più colpiti? Ancora una volta microclimi, giaciture ed esposizioni sono stati determinanti?

Le segnalazioni indicano criticità soprattutto nell’Astigiano e nel Cuneese, con maggiore incidenza anche in alcune zone dell’Alessandrino. Si è trattato di un vero e proprio ritorno di freddo, con temperature rimaste sotto lo zero anche per diverse ore.
All’interno degli stessi comprensori la situazione è però molto eterogenea, con appezzamenti vicini che presentano danni molto diversi tra di loro e variabili anche sulla stessa pianta in funzione dell’altezza sulla chioma.
Le aree più depresse e poco ventilate risultano le più colpite, mentre i versanti collinari meglio esposti hanno registrato danni più contenuti.
Sono in corso monitoraggi per definire con maggiore precisione la distribuzione territoriale dei danni.

Quali interventi di recupero suggerite agli agricoltori per cercare di ridurre al minimo le conseguenze negative?

In questa fase è fondamentale osservare attentamente l’evoluzione dei danni, evitando interventi prematuri e inutili allarmismi finché non sia chiara l’entità reale dell’impatto.
Nei giorni successivi alle gelate è consigliato non sottoporre le piante a stress eccessivi, come cimature o tagli di potatura troppo intensi. Nelle settimane successive all’evento è opportuno cercare di stimolare la ripresa vegetativa laddove è stata “bloccata” dal danno da gelo con una nutrizione mirata ed ottimale.
Fondamentale infine continuare il monitoraggio fitosanitario, per prevenire l’insorgenza di patogeni su tessuti indeboliti.

Quali misure preventive possono essere adottate per limitare con efficacia l’entità dei danni? I biostimolanti possono servire?

Ci tengo a sottolineare che qualsiasi tipologia di formulato deve essere valutata sempre in funzione dell’entità della gelata. In linea generale i biostimolanti mitigano lo stress da freddo rafforzando le pareti cellulari e migliorando la stabilità della membrana plasmatica. Favoriscono l’accumulo di osmoprotettori come zuccheri solubili, proline e aminoacidi, che mantengono l’omeostasi idrica durante il congelamento nel periodo di abbassamento termico. Inoltre stimolano la sintesi di enzimi antiossidanti, riducendo lo stress ossidativo indotto dalle basse temperature.
Alcuni estratti vegetali e microrganismi benefici inducono un effetto di priming sui meccanismi di difesa della pianta.
L’azione dei biostimolanti è preventiva, potenziando la tolleranza dei tessuti prima dell’esposizione al freddo. Non influenzano la temperatura interna dei tessuti, ma incrementano la resistenza strutturale e metabolica.

Stazione meteo della rete RAM Regione Piemonte
Foto Federico Spanna

Dottor Spanna la Regione Piemonte attraverso il Settore Fitosanitario gestisce la rete di stazioni agrometeorologiche (RAM) costituita da 140 stazioni distribuite in tutte le province del Piemonte, molte delle quali si trovano in zone corilicole. Grazie alla RAM è possibile tenere monitorati i più importanti parametri climatici in maniera capillare e in occasione di eventi così estesi come le gelate, conoscerne con precisione le cause e la loro distribuzione sul territorio.  Quali fattori climatici  hanno determinato le recenti gelate in Piemonte?  

Per comprendere la genesi dei fenomeni di gelata tardiva in Piemonte è fondamentale partire dalla conoscenza della dinamica delle masse d’aria sull’area europea. Gli eventi di abbassamento termico più importanti sul territorio piemontese, che determinano anche le conseguenze più gravi per le colture, sono sempre associate  all’afflusso di correnti fredde e asciutte provenienti dai quadranti settentrionali che portano alla discesa sull’area padana di aria polare di provenienza artica o siberiana.  Tali correnti, provenendo da settentrione, scorrono su aree continentali e come detto sono caratterizzate da valori termici molto bassi ed umidità relativa assai ridotta. Ad esse spesso sono associate condizioni di ventilazione sostenuta.

Queste sono le condizioni ideali per l’innesco dei più temibili fenomeni di gelata tardiva sul nostro territorio. In questo caso i versanti vallivi o collinari esposti a nord-nord est come pure le aree di pianura risultano più vulnerabili. L’afflusso di aria secca e fredda da nord porta alla cosiddetta gelata nera, nel corso della quale oltre ad un abbassamento della temperatura dovuta alle correnti fredde, si ha anche l’innesco del flusso di umidità dalla vegetazione all’atmosfera e questo meccanismo porta ad un ulteriore abbassamento della temperatura degli organi vegetativi causata dall’evaporazione. La bassa umidità dell’aria non consente neppure la formazione di brina, fenomeno che invece potrebbe portare ad una liberazione di calore e ad una sorta di isolamento e protezione degli organi vegetativi. In questo modo la temperatura degli organi vegetativi può scendere anche di alcuni gradi sotto alla temperatura dell’aria e questo fatto può portare a valori letali ed alla morte dei giovani organi vegetativi.

Esistono poi altri due fattori che possono accentuare queste condizioni ed aggravarne gli effetti, che sono l’irraggiamento notturno e le dinamiche locali di movimento delle masse d’aria lungo i versanti.

Il fenomeno dell’irraggiamento si verifica specialmente nelle notti serene con calma di vento che seguono a giornate molto soleggiate. L’abbassamento di temperatura si verifica per la perdita di calore da parte del terreno che porta al raffreddamento dell’aria a contatto con esso. Di notte il terreno perde calore in superficie e abbassa quindi la sua temperatura. La temperatura dell’aria aumenta progressivamente man mano che aumenta la distanza dal terreno mentre l’aria fredda si accumula nei bassi strati .

Nel secondo caso invece come noto, l’aria che si raffredda, tende a scivolare lungo i versanti per effetto della maggiore densità e ad accumularsi alle quote più basse e quindi a “riempire” le aree di fondovalle. Questo fenomeno influenzato dalle condizioni orografiche locali può portare a consistenti differenze termiche locali nelle aree vallive e collinari, determinando condizioni di maggiore o minore gravità della gelata anche a poche decine di metri di distanza. 

Di quale tipo di gelata si è trattato?

L’evento in questione ha visto il manifestarsi di tutti e tre i meccanismi descritti. Ecco quindi il verificarsi di una gelata definita mista in cui la componente avvettiva è risultata dominante, ma le condizioni di cielo sereno e forte soleggiamento diurno, favorite anche da condizioni di foehn nelle ore immediatamente precedenti, hanno contribuito a generare l’effetto di irraggiamento notturno descritto che si è sommato localmente  all’effetto avvettivo. Nelle aree vallive infine lo scivolamento dell’aria fredda lungo i versanti ha causato accumuli freddi  nelle aree di fondovalle o di sbocco vallivo che hanno portato a situazioni locali di maggiore gravità.

 Quali sono state le zone più interessate da tali fenomeni?

Tutto il territorio agricolo piemontese è stato interessato dal fenomeno, tuttavia le aree a sud del Po riferite alle province di Cuneo ed Asti hanno fatto registrare i valori più bassi con punte di temperatura dell’aria anche inferiori ai -3°-4°. Anche l’umidità dell’aria ha fatto registrare valori estremamente bassi dell’ordine anche del 10-20%, portando la temperatura degli organi vegetativi a valori calcolati anche di due gradi inferiori rispetto ai quelli della temperatura dell’aria.

Le aree di pianura e di fondovalle, come quelle aventi esposizione nord, per i meccanismi citati sono risultate più sensibili. L’orografia del territorio ha comunque determinato differenze anche sensibili specie nelle aree collinari, tra zone limitrofe per quanto detto sopra.

Autore Federico Spanna

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Pubblicato 14-04-2026

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