Chi pensava che la cimice asiatica Halyomorpha halys potesse essere un problema superato, nel 2025 ha dovuto ricredersi ampiamente. Dopo 14 anni dalla sua introduzione in Italia la specie esotica è riuscita ancora a sorprendere i corilicoltori. Ma siamo sicuri sia solo la cimice asiatica?
L’annata 2025 è stata caratterizzata da una forte cascola anticipata di nocciole che, a seguito di un esame più approfondito, hanno mostrato in larga misura evidenti segni attribuibili alle punture delle cimici. Sappiamo di certo che il fenomeno della cascola è determinato da vari fattori di diversa natura, ma è ormai anche noto che in un certo stadio fenologico le punture delle cimici, esotica e indigene, possono contribuire in modo significativo al fenomeno.
Infatti, in Piemonte, da una indagine condotta dalla Fondazione Agrion su 134 campioni di frutti cascolati anticipatamente, è emerso che più del 49% presentava i sintomi riconducibili alle alterazioni note come cimiciato, causate non solo da H. halys ma anche dalle cimici nostrane. Un dato impressionante da cui si ricava la sensazione che ci sia ancora parecchia strada da percorrere da parte della ricerca per la conoscenza di questi insetti e per la messa a punto di efficaci tecniche di lotta.

Per capire meglio e fare il punto sulla situazione, abbiamo intervistato la professoressa Luciana Tavella, del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA), Università di Torino, che ha maturato una lunga esperienza sull’argomento in decenni di ricerca, partecipando come referente per il Piemonte anche al Tavolo tecnico-scientifico nazionale di coordinamento per il rilascio di Trissolcus japonicus contro la cimice asiatica.
La Professoressa nel 2018 ci aveva già rilasciato una prima intervista su questo argomento per cui cogliamo anche l’occasione per fare un aggiornamento ad anni di distanza.
Professoressa da dove possono essere scaturiti i problemi riscontrati nel 2025? Le strategie di lotta fin qui seguite non sono affidabili e quindi hanno bisogno di aggiustamenti? Oppure particolari situazioni climatiche hanno causato un improvviso e inaspettato sviluppo delle cimici che ha sorpreso agricoltori e tecnici?
In questi ultimi anni è stato osservato un progressivo aumento della cascola anticipata delle nocciole che ha interessato i corileti piemontesi così come quelli di altri territori. Come è noto, le cause possono essere diverse e, per una giusta valutazione del danno realmente causato dalle cimici, non si può prescindere dal confronto tra la percentuale di nocciole con sintomi riconducibili a cimiciato sul totale di quelle cascolate e la percentuale di cascola complessiva calcolata sulla produzione totale alla raccolta.
Occorre poi ricordare che, sulla base dei nostri studi, le cimici possono contribuire alla cascola se pungono la nocciola negli stadi iniziali di sviluppo, approssimativamente quando il seme ha la dimensione al massimo di un chicco di riso, corrispondente allo stadio fenologico di ovario fecondato visibile.

Dobbiamo inoltre tenere presente che questi insetti di solito migrano in noccioleto a partire dalla seconda metà di aprile, e la loro presenza aumenta poi tra maggio e giugno. Tuttavia la comparsa delle varie specie è scalare. Solitamente Halyomorpha halys arriva e comincia a ovideporre su nocciolo più tardi rispetto alle cimici indigene, ad esempio dalla fine di maggio, quando i frutti della varietà locale, la Tonda Trilobata, sono in uno stadio di sviluppo più avanzato. Al contrario, le cimici nostrane come Gonocerus acuteangulatus e Palomena prasina possono colonizzare il noccioleto prima, ed essere abbondanti già a metà maggio. Quindi per contenere la cascola causata dalle punture trofiche delle cimici è fondamentale considerare sia la maggiore o minore precocità delle varietà coltivate sia le dinamiche di popolazione degli insetti.
Di conseguenza, le nocciole cascolate con evidenti segni attribuibili alle punture delle cimici, rilevate nel 2025, potrebbero essere state causate dalle specie nostrane, favorite da un andamento climatico idoneo al loro sviluppo. Infatti il clima è stato fresco in aprile sino alla metà di maggio, poi vi è stato un rialzo termico che si è protratto per tutto il resto della stagione. Tuttavia, in sintesi i dati raccolti l’anno scorso sull’incidenza del cimiciato sulla cascola hanno un significato preliminare che richiede ulteriori approfondimenti. A questo proposito la ricerca può fornire un importante contributo.
È chiaro comunque che la corretta gestione del problema non può prescindere da un attento monitoraggio dello stadio fenologico della coltura e del livello di popolazione delle cimici. Di conseguenza sarebbe di fondamentale importanza che il campionamento mediante scuotimento della chioma, noto come frappage, venisse effettuato capillarmente e, ove possibile, in maniera autonoma dagli agricoltori nei propri noccioleti. In tal modo si avrebbero dati attendibili e reali dei livelli di infestazione nell’azienda e sarebbe possibile condure una lotta mirata ed efficace. In questa operazione il ruolo del corilicoltore è insostituibile perché non è materialmente fattibile per i servizi di assistenza tecnica seguire tempestivamente tutte le realtà.
Qual è la situazione all’estero negli altri paesi corilicoli da lei visitati?
Cominciando dai nostri vicini, anche in Francia le cimici, in particolare P. prasina e oggi anche H. halys, costituiscono una minaccia per la produzione corilicola. Infatti sono stati finanziati progetti volti ad individuare soluzioni per il contenimento di questi insetti, coordinati da Association Nationale des Producteurs de Noisettes (ANPN). ANPN è una organizzazione che, rappresentando il 90% della produzione nazionale di nocciole, è un attore chiave nella promozione della filiera delle nocciole in Francia e all’estero. Nell’ambito dei progetti finalizzati al controllo biologico dei fitofagi, sono stati avviati l’allevamento massale e il rilascio nei noccioleti di Trissolcus mitsukurii, altro parassitoide oofago esotico giunto accidentalmente in Francia.
Anche in Turchia la cimice asiatica sta ormai causando grosse perdite. La corilicoltura turca è però molto diversa dalla nostra perché è caratterizzata da una prevalenza di noccioleti gestiti come semi-incolti produttivi, in cui è molto arduo eseguire trattamenti chimici. In quelle condizioni è molto più promettente la lotta biologica su cui di fatto hanno puntato, realizzando un laboratorio di moltiplicazione di T. japonicus in grado di produrre grandi quantitativi di individui, che sono stati rilasciati a livello nazionale a partire dal 2025. È quindi ancora presto per valutare se la strategia adottata sia efficace.
Altra area in cui la corilicoltura è in forte espansione è il Cile, che ho avuto modo di visitare nell’autunno 2024. Mi sono trovata di fronte ad una realtà in forte espansione, completamente diversa dalla nostra, contraddistinta da una notevole imprenditorialità nella filiera corilicola. Le aziende, generalmente di grandissime dimensioni, adottano una tecnologia molto avanzata facilitati da impianti per lo più pianeggianti e irrigati. In Cile le cimici non costituiscono per ora un problema, come in tutto il bacino mediterraneo e nel vicino oriente; tuttavia, anche in quel paese è stata ormai segnalata la presenza di H. halys.
Grandi aspettative sono state riposte nella lotta biologica contro Halyomorpha halys col parassitoide Trissolcus japonicus, la vespa samurai. A tre anni di distanza dagli ultimi rilasci effettuati nel 2023, quali sono i risultati conseguiti?
Trissolcus japonicus è un insetto esotico e come tale non può essere moltiplicato e rilasciato liberamente nel nostro paese anche se la sua presenza era già stata segnalata in Italia a partire dal 2018. Così, dopo aver condotto lo studio del rischio di introduzione dell’antagonista esotico e ottenuto l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente, è stato avviato un piano nazionale di contrasto alla cimice asiatica mediante rilascio di T. japonicus, noto anche come vespa samurai (dal nome comune inglese samurai wasp), che in Cina è il parassitoide più efficiente nel contenere le popolazioni del fitofago. Al piano nazionale, sotto il coordinamento dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente, hanno aderito da subito le cinque regioni (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Veneto) e le due province autonome (Bolzano e Trento) del Nord Italia, poi negli anni a seguire anche altre regioni del resto d’Italia.

In Piemonte, nel triennio 2020-2022, sono stati rilasciate ogni anno 200 femmine e 20 maschi di T. japonicus per sito, in 100 siti, che nel 2023 sono poi calati a 40, scelti fra quelli dove la presenza e l’impatto della cimice asiatica erano più elevati. I rilasci sono stati così protratti per quattro anni, un arco temporale sufficiente per consentire l’insediamento dell’antagonista. Naturalmente, a seguito dei rilasci sono stati condotti rilievi per valutare insediamento e impatto di T. japonicus nei confronti non solo della cimice asiatica ma anche di possibili insetti non bersaglio. In Piemonte i rilievi, avviati nel 2020 proseguiranno sino al 2028 poiché è previsto di svolgere il monitoraggio per cinque anni dopo l’ultimo anno di rilascio.
Inoltre, poiché gli insetti utili sono in genere molto sensibili agli insetticidi, è stato deciso di effettuare i rilasci dei parassitoidi non direttamente sulle colture infestate, dove sarebbero stati colpiti dai trattamenti, ma in aree semi-naturali e corridoi ecologici. Si tratta in genere di incolti non trattati, ricchi di biodiversità e non lontani da coltivazioni infestate dalla cimice asiatica, dove T. japonicus si può insediare senza essere disturbato e da cui può migrare per raggiungere le uova dell’ospite presenti nei vicini campi coltivati.
I risultati del piano di lotta biologica in Piemonte sono riferiti nella tabella sottostante, dove per ogni anno viene riportato il numero di uova di cimice asiatica raccolte, la percentuale di uova parassitizzate da T. japonicus, da altre specie e in totale (Dati Settore Fitosanitario e Servizi tecnico-scientifici della Regione Piemonte)
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| Anno | n. uova di cimice asiatica raccolte | % uova parassitizzate da T. japonicus | % uova parassitizzate da altri parassitoidi | % tot. uova parassitizzate |
| 2020 | 3174 (20 siti) | 4,82 | 8,32 | 13,14 |
| 2021 | 6735 (20 siti) | 9,64 | 9,43 | 19,06 |
| 2022 | 4925 (20 siti) | 8,75 | 7,17 | 15,92 |
| 2023 | 6101 (27 siti) | 23,47 | 4,51 | 27,98 |
| 2024 | 4619 (27 siti) | 20,63 | 8,10 | 28,73 |
| 2025 | 6352 (27 siti) | 12,63 | 8,44 | 21,06 |
In conclusione possiamo affermare che in generale nei siti di rilascio della nostra regione T. japonicus si è sicuramente insediato e, in base ai livelli di parassitizzazione delle uova finora osservati, si è dimostrato il più promettente fra gli antagonisti disponibili contro la cimice asiatica, nonostante il calo rilevato nel 2025.
Anche nelle altre regioni e province del Nord Italia T. japonicus ha dimostrato di insediarsi bene e di controllare con successo le uova di H. halys anche se con tassi di parassitizzazione variabili, più elevati nelle province di Bolzano e Trento e nel Veneto. Complessivamente, il parassitoide è stato rinvenuto in numero di siti di rilascio via via crescente, con una presenza nel 2025 in oltre il 70% dei siti sede del monitoraggio. Anche i tassi di parassitizzazione ad opera di T. japonicus, pur con elevata variabilità tra le diverse aree, sono andati aumentando da valori medi crescenti da 4% nel 2020 a 30% nel 2025.
Quale grado di contenimento è stato conseguito da Trissolcus mitsukurii, altro parassitoide esotico, congenere al precedente, a differenza del quale non è stato rilasciato e si va diffondendo solo spontaneamente?
Il primo ritrovamento accertato di T. mitsukurii risale al 2016 in Veneto. Infatti questo parassitoide è sempre stato più abbondante nelle regioni dell’Italia nord-orientale, dove ha raggiunto livelli di parassitizzazione anche significativi, attestandosi come principale antagonista della cimice asiatica. Tuttavia, negli ultimi anni in queste aree è stato osservato un cambio di tendenza, un generale calo dell’impatto di T. mitsukurii, e in contemporanea un aumento dell’attività di T. japonicus. Al contrario, in Piemonte, dopo la prima segnalazione nel 2018, non ha mai raggiunto livelli di parassitizzazione a carico di H. halys paragonabili a quelli di T. japonicus, mantenendosi mediamente su valori costanti pari a 5%.
Dagli studi è emerso che T. mitsukurii è meno termofilo di T. japonicus e predilige habitat più freschi, per cui viene penalizzato dal surriscaldamento climatico in corso. Di conseguenza, nelle nostre condizioni ambientali pare non essere in grado di competere con T. japonicus nel contenimento della cimice asiatica, ma può sicuramente fornire un valido contributo negli habitat idonei dove riesce ad insediarsi stabilmente, come ad esempio in Francia, nell’area di Bergerac (regione della Nuova Aquitania).
Quali risultati si sono finora conseguiti con Anastatus bifasciatus, un parassitoide generalista autoctono, attivo anche nei confronti delle cimici nostrane che, come abbiamo visto, non sono da sottovalutare?
A differenza dei due parassitoidi esotici, T. japonicus e T. mitsukurii, essendo specie indigena A. bifasciatus è disponibile in commercio, ossia può essere allevato e acquistato liberamente in Italia per l’impiego contro cimici in sensu lato in specifici programmi di lotta biologica. Ad esempio viene utilizzato per la lotta biologica aumentativa in corileto, attivo contro le varie cimici nocciolaie, dal coreide G. acuteangulatus ai pentatomidi P. prasina e H. halys. Nei confronti dei pentatomidi mostra un comportamento diverso rispetto alle specie di Trissolcus, sia le due esotiche sia quelle indigene: infatti, al contrario del genere Trissolcus, difficilmente parassitizza tutte le uova presenti in una ovatura.

Essendo un parassitoide generalista, in grado di attaccare le uova in varie famiglie di insetti, dagli eterotteri ai lepidotteri, è stata la prima specie che si è adattata all’ospite esotico. Sin dalla sua introduzione, sono state rinvenute uova di H. halys attaccate da A. bifasciatus con livelli di parassitizzazione stabili, mediamente attorno a 5%, ma variabili in relazione all’area.
In conclusione, A. bifasciatus non può essere considerato risolutivo nel contenimento della cimice asiatica; tuttavia, in corileto, può svolgere un ruolo utile nei confronti delle cimici nostrane tra cui G. acuteangulatus.
A conclusione di questa intervista, quale tipo di lotta possiamo prospettare per le cimici del nocciolo? In concreto qual è la strategia più efficace?
Alla luce dei risultati finora conseguiti, emerge che nelle aree più colpite la lotta biologica non è sufficiente ed è ancora necessario ricorrere a quella chimica. Occorre quindi realizzare una non facile convivenza tra i due tipi di difesa, obiettivo complesso sul quale la ricerca deve continuare a lavorare in stretta collaborazione con assistenza tecnica e operatori del settore. La via è rappresentata da un uso razionale dei fitofarmaci che sia quanto più possibile rispettoso degli insetti utili.
In pratica significa ridurre al minimo gli interventi insetticidi effettuandoli soltanto quando necessario, con modalità e tempistiche in grado di renderli quanto più efficaci possibile. In che modo? Innanzitutto, occorre eseguire i trattamenti solo quando le cimici sono realmente presenti in campo, ciò può essere accertato attraverso un accurato monitoraggio.
Si ricorda che attualmente l’unico modo per campionare tutte le cimici nocciolaie, nostrane ed esotica, resta il frappage eseguito nelle prime ore del mattino, poiché non sono oggi disponibili trappole e attrattivi utili per rilevare G. acuteangulatus e P. prasina. Inoltre, poiché durante il giorno le cimici sono molto mobili spostandosi rapidamente in risposta a qualsiasi situazione di disturbo, è necessario effettuare i trattamenti durante la notte, non oltre le prime luci del mattino, quando gli insetti sono più facili da colpire.
Poi, è fondamentale distribuire il trattamento con adeguati volumi di acqua per una penetrazione ottimale del prodotto in tutta la chioma. Infine, ma non di minore importanza, è cruciale evitare di trattare con insetticidi le aree semi-naturali, gli incolti e i corridoi ecologici dove, se non disturbati, i parassitoidi possono riprodursi e svilupparsi per migrare poi nei corileti, così come nelle altre colture, per svolgere il loro prezioso ruolo di contenimento delle cimici.

Sulle problematiche delle cimici quali ricerche sta conducendo attualmente il suo Dipartimento? Può anticiparci qualche informazione sui risultati conseguiti?
Sicuramente è importante proseguire le ricerche sulla cascola per determinare il peso reale dei fattori predisponenti. In questo caso si può veramente parlare di ricerche congiunte a livello di dipartimento, con il coinvolgimento dei colleghi di vari settori, da arboricoltura e fisiologia vegetale a patologia vegetale ed entomologia, e in collaborazione con la Fondazione Agrion e gli operatori di settore.
Poi, meriterà anche accertare se e in che modo i cambiamenti climatici in atto, con un innalzamento delle temperature, influiscono sulle dinamiche di popolazioni delle cimici. Sicuramente specie come G. acuteangulatus sono favorite da climi caldi e secchi, ma è possibile un anticipo della migrazione in corileto e dell’ovideposizione anche di altre specie come la cimice asiatica? Rispondere al quesito consentirà di adattare le strategie di difesa in relazione ai nuovi scenari climatici.
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Pubblicato -07-2026





