L’acaro Phytoptus avellanae è responsabile dell’induzione delle galle nelle gemme del nocciolo. Questo acaro è una vecchia conoscenza dei corilicoltori italiani che da tempo devono fare i conti con esso. La situazione però non è sempre stata identica per tutte le aree corilicole nazionali, ma varia da regione a regione in relazione a vari fattori tra cui il clima e la suscettibilità varietale. In particolare le perdite di produzione erano più rilevanti in Sicilia, Calabria o in Piemonte. In quest’ultima regione, dove è prevalente una cultivar particolarmente sensibile come la Tonda Gentile Trilobata, è necessario effettuare trattamenti specifici in tutti gli anni. Diversa invece era la situazione di altre regioni come il Lazio, dove, complice la minore suscettibilità varietale della Tonda Gentile Romana, i danni erano tali da non rendere necessario intervenire in maniera sistematica.
Recentemente però la situazione è radicalmente cambiata e anche su questa varietà si stanno verificando preoccupanti recrudescenze degli attacchi dell’acaro tali da rendere necessario il ricorso alla via chimica. Ovviamente i corilicoltori sono molto preoccupati e si interrogano sulle cause di questo cambiamento. Ma quali sono le cause? E a quali misure bisogna fare ricorso per contenere le infestazioni?
Per dare una risposta a queste problematiche è stato avviato il progetto MASTER-NUT, coordinato dal professor Enrico de Lillo dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Il progetto coinvolge anche le Università di Palermo e della Tuscia, e ha avuto nell’OP CPN (Cooperativa Produttori Nocciole di Ronciglione) un importante collegamento con i produttori. Al progetto hanno partecipato Eustachio Tarasco (UniBa), Haralabos Tsolakis ed Ernesto Ragusa (UniPa), e Stefano Speranza e Mario Contarini (Unitus), coadiuvati dal dott. Domenico Valenzano, dalla dott.ssa Eleonora Iezzi e dal dott. Roberto Masturzi.
Iniziamo quindi a chiedere al gruppo di lavoro di illustrarci come è strutturato il progetto MASTER-NUT e le sue finalità.
Il progetto è stato ammesso a finanziamento nell’ambito del bando PRIN PNRR 2022 e si è concluso nel febbraio 2026. Le tre unità operative hanno lavorato in stretto contatto con alcune organizzazioni di produttori dell’area del Viterbese oltre ad aziende come Bioplanet, Neapolis parasitologica, Ferrero Hazelnut Company (HCO) che hanno fatto parte dell’advisory board. Le principali finalità del progetto hanno riguardato aspetti chiave della biologia della specie, con particolare riferimento alla caratterizzazione delle forme associate alla fase galligena e a quella vagante, allo sviluppo di strategie innovative di monitoraggio e identificazione automatizzata durante la migrazione, nonché alla valutazione di metodologie di controllo basate sull’impiego di funghi acaropatogeni e acari predatori.
Scendendo più in dettaglio come si presenta la situazione delle infestazioni di acari eriofioidei nel Viterbese?
Le nostre osservazioni nell’area hanno evidenziato una presenza dell’acaro fitofago in deciso aumento negli ultimi anni, sebbene la sua distribuzione sia disomogenea. Nel territorio, la cultivar maggiormente diffusa rimane la Tonda Gentile Romana, la cui suscettibilità è inferiore rispetto ad altre varietà, come confermato anche dai nostri studi. Tuttavia, negli ultimi anni i corilicoltori hanno registrato un incremento della presenza dell’acaro anche su questa cultivar. Il fitofago sverna all’interno delle gemme trasformate in galle, dove continua a riprodursi determinando un aumento delle popolazioni. L’innalzamento delle temperature medie invernali sembra avere un effetto favorevole sulla sua sopravvivenza e sviluppo, con la conseguente presenza, in primavera, di un numero maggiore di individui pronti a colonizzare nuove gemme.
Nel corso delle ricerche è stata individuata qualche altra specie, oltre a Phytoptus avellanae, e ci sono differenze nella fisiologia?

Uno degli aspetti che il progetto MASTER-NUT si proponeva di chiarire riguardava la bioecologia delle specie di acari eriofioidei presenti nel corileto, con particolare riferimento a Phytoptus avellanae. Recenti studi genetici hanno infatti evidenziato la possibilità che sotto questo nome siano comprese due specie distinte: una galligena, responsabile della formazione delle caratteristiche galle all’interno delle quali l’acaro vive, e una forma vagante, che si sviluppa sulle foglie svolgendo attività trofica a danno delle infiorescenze e dei frutticini.
Le osservazioni condotte su un elevatissimo numero di esemplari raccolti nel corso del biennio di progetto hanno permesso di individuare differenze tra i due morfotipi, confermando la presenza di due specie distinte: la forma galligena, Phytoptus avellanae sensu stricto, e la forma vagante, per la quale sono in corso determinazioni accurate e per la quale verrà proposto un nuovo nome. Questo importante risultato richiederà ulteriori approfondimenti, sia per chiarire la biologia della nuova specie sia per valutare l’effettiva entità dei danni che essa è in grado di causare, aprendo, inoltre, alla possibilità di revisione delle attuali strategie di monitoraggio e di controllo dell’organismo.
Per quanto riguarda il monitoraggio, fondamentale per individuare il periodo di migrazione dell’acaro e quindi posizionare gli eventuali trattamenti, si sono messe a punto nuove modalità?
Le metodologie tradizionali di monitoraggio della fase di migrazione di Phytoptus avellanae prevedono generalmente l’impiego di strisce di nastro biadesivo applicate in prossimità delle galle. Tuttavia, tale approccio risulta laborioso e richiede un notevole impegno da parte dei tecnici coinvolti.
Un ulteriore obiettivo del progetto è stato quindi quello di sperimentare metodologie innovative in grado di ridurre il lavoro, mantenendo al contempo un elevato livello di precisione. La sperimentazione ha portato allo sviluppo di una nuova tipologia di trappola, capace di intercettare la migrazione passiva degli acari che utilizzano il vento per spostarsi verso nuove gemme da infestare.
Di questa trappola è stata inoltre realizzata una versione automatizzata, per la quale sono attualmente in fase di definizione le procedure finalizzate alla tutela brevettuale. Il sistema sarà ulteriormente aggiornato mediante l’integrazione di tecnologie di individuazione e conteggio degli acari basate su algoritmi di machine learning e, una volta perfezionato, si configurerà come una piattaforma completa in grado di catturare, identificare e quantificare gli organismi target, nonché di trasmettere automaticamente le informazioni agli operatori interessati.
Infine le strategie di difesa: la soglia di intervento rimane quella tradizionalmente adottata per la Tonda Trilobata? Ci sono già indicazioni utili per i corilicoltori?
Attualmente i disciplinari di lotta integrata prescrivono, per il controllo di Phytoptus avellanae, il ricorso a trattamenti con prodotti a base di zolfo in caso di superamento della soglia del 15–20% di gemme infestate. Tuttavia, alla luce delle recenti recrudescenze osservate anche su varietà tradizionalmente meno suscettibilità, come la Tonda Gentile Romana, è evidente che un approccio basato esclusivamente su interventi standardizzati non è più sufficiente. Le esperienze di campo e i risultati del progetto evidenziano come l’efficacia degli interventi dipenda soprattutto dalle corrette modalità e tempistica di intervento, che devono coincidere con la fase di migrazione degli acari dalle galle alle nuove gemme. Trattamenti anticipati o tardivi risultano spesso inefficaci e comportano solo un aumento dei costi. In questo contesto, il monitoraggio è determinante. L’impiego di sistemi tradizionali, come il nastro biadesivo, o di nuove tecnologie sviluppate dal progetto consente di individuare con precisione l’inizio della migrazione e ottimizzare il timing degli interventi.
Dal punto di vista operativo, le attuali strategie di controllo si basano principalmente sull’utilizzo di zolfo con azione acaricida, prevedendo eventuali ripetizioni in caso di migrazione prolungata e un’integrazione con altri trattamenti, previa valutazione della compatibilità e dei possibili effetti collaterali.
È tuttavia fondamentale evitare interventi ripetuti e non selettivi, che possono alterare l’equilibrio dell’agroecosistema. In particolare, l’uso di insetticidi ad ampio spettro contro altri fitofagi può ridurre gli antagonisti naturali e favorire indirettamente lo sviluppo di Phytoptus avellanae.
La gestione deve quindi inserirsi in una strategia di difesa integrata, basata su un monitoraggio puntuale, interventi mirati e tempestivi, la riduzione degli input non selettivi e l’integrazione progressiva di soluzioni di biocontrollo. In questa fase, il supporto tecnico e il coordinamento di filiera sono essenziali per trasferire rapidamente le conoscenze alla pratica, evitando approcci empirici.



Ci sono prospettive per la lotta biologica contro l’acaro galligeno? Ad esempio acari predatori (fitoseidi), funghi entomopatogeni, ecc.?
Il terzo macro-obiettivo del progetto riguardava lo sviluppo di strategie di controllo di Phytoptus avellanae, basate da un lato sull’utilizzazione di funghi acaropatogeni e dall’altro sull’impiego di acari predatori appartenenti alla famiglia Phytoseiidae. Nel primo caso, l’impiego di funghi acaropatogeni, e in particolare di prodotti commerciali a base di Beauveria bassiana, ha evidenziato una promettente efficacia nel controllo di P. avellanae, sia in prove di laboratorio sia in sperimentazioni di campo, sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti per confermarne e ottimizzarne l’applicazione.
Per quanto riguarda le comunità di acari predatori, lo studio ha consentito di aggiornare le conoscenze sulle comunità di fitoseidi, mai indagate in precedenza nel contesto corilicolo dell’area viterbese. Tuttavia, in una prima esperienza di campo, il rilascio di alcune specie quali Typhlodromus exhilaratus, Amblyseius andersoni e Neoseiulus californicus, le ultime due comunemente utilizzate per il controllo di acari fitofagi su altre colture, si è rivelato poco efficace nei confronti di P. avellanae, non evidenziando un ruolo significativo di queste specie nel contenere le popolazioni del fitofago. Tuttavia, questo approccio richiede ulteriori conferme.
Nel corso di queste ricerche i noccioleti sono risultati agroecosistemi in sufficiente stato di equilibrio biologico, o meno?
Contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, le attività di studio sui fitoseidi hanno evidenziato un’elevata diversità specifica di questi organismi nei corileti della Tuscia, nonché una notevole stabilità degli ecosistemi e delle comunità in essi presenti. Tale equilibrio ha, di fatto, ostacolato l’insediamento e la stabilizzazione delle popolazioni di acari allevati in biofabbrica e successivamente rilasciati nei noccioleti. Questo risultato apre anche a nuove considerazioni sulla reale efficacia degli interventi di controllo biologico, con il rilascio di organismi utili, quando applicati in agroecosistemi stabili, non soggetti a fattori di squilibrio quali, ad esempio, l’introduzione di specie invasive.

Un’ultima domanda rivolta a Gianluca Santinelli, tecnico e agronomo di CPN: quali sono le vostre aspettative per questo progetto e, più in generale, come vedete la situazione della corilicoltura viterbese e quale il vostro approccio per il superamento delle attuali difficoltà?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento evidente nella gestione del corileto nel nostro territorio. Problematiche che prima erano considerate secondarie, come l’acaro, oggi stanno diventando centrali nella gestione tecnica aziendale. Questo ci dice una cosa molto chiara, il sistema è cambiato. Probabilmente per effetto combinato di fattori climatici, semplificazione degli agroecosistemi e pressione crescente dei fitofagi. Come CPN, il nostro approccio non è quello di inseguire il problema con soluzioni emergenziali, ma di costruire un modello più strutturato.
Il progetto MASTER-NUT per noi è stato fondamentale proprio perché ha messo basi scientifiche ad aspetti che in campo stavamo osservando empiricamente, come l’aumento delle popolazioni e la diversa dinamica tra forme galligene e vaganti. Da qui vogliamo partire per fare un salto di qualità su tre aspetti: 1) monitoraggio, perché senza conoscere con precisione il momento di migrazione è impossibile intervenire in modo efficace; 2) razionalizzazione degli interventi, evitando trattamenti standardizzati e lavorando invece su soglie reali e dati di campo; 3) integrazione di strumenti innovativi, come biocontrollo e tecnologie digitali, che possono ridurre la dipendenza dalla chimica nel medio periodo. Allo stesso tempo, dobbiamo essere chiari, oggi non esiste ancora una soluzione unica risolutiva, e quindi serve un approccio pragmatico.
Come filiera, il nostro obiettivo è accompagnare i produttori in questa fase, fornendo indicazioni tecniche sempre più precise e basate su dati reali, evitando sia sottovalutazioni sia interventi eccessivi.
Più in generale, vediamo la corilicoltura viterbese in una fase di transizione, da sistema stabile e “facile” a sistema più complesso, dove la gestione tecnica diventa determinante. E proprio per questo, il ruolo della consulenza, della ricerca e dell’organizzazione di filiera sarà sempre più centrale.
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Pubblicato xx-04-2026





