Coltivare nocciole tra 1.600 e 3.000 metri di altitudine, sui versanti dell’Himalaya, adattando progressivamente il materiale vegetale alle conseguenze dell’aumento delle temperature. È la sfida avviata in Bhutan da Mountain Hazelnuts, società fondata nel 2009 con l’obiettivo di sviluppare una filiera corilicola in un Paese caratterizzato da un territorio prevalentemente montuoso. Una filiera che parla anche italiano, visto che l’azienda Chianchia ha fornito l’intero impianto per la lavorazione delle nocciole.
Secondo un reportage dell’Agence France-Presse pubblicato a settembre, il progetto coinvolge oggi migliaia di aziende agricole e sta entrando in una fase decisiva: dopo le difficoltà incontrate nei primi anni, gli impianti iniziano progressivamente a entrare in produzione. Ma proprio l’esperienza maturata sul territorio ha evidenziato quanto, anche in alta quota, la scelta varietale e il fabbisogno in freddo siano determinanti per la produttività del nocciolo.
Noccioleti tra 1.600 e 3.000 metri
Le condizioni pedoclimatiche del Bhutan presentano caratteristiche particolari. Mountain Hazelnuts indica come potenzialmente adatte alla coltivazione del nocciolo molte delle aree poste a media quota dell’Himalaya, generalmente comprese tra 1.600 e 3.000 metri di altitudine. Le precipitazioni monsoniche garantiscono disponibilità idrica, mentre gli inverni freddi consentono normalmente alle piante di completare la dormienza.
Il nocciolo presenta inoltre alcuni vantaggi in un territorio nel quale le forti pendenze rendono difficili le lavorazioni del terreno. Gli impianti vengono realizzati su terreni incolti o degradati e l’apparato radicale delle piante contribuisce alla stabilizzazione dei versanti e alla riduzione dell’erosione provocata dalle piogge intense.

Secondo Mountain Hazelnuts, il progetto interessa oltre 8.000 famiglie di piccoli produttori e gruppi comunitari, distribuiti in 19 dei 20 distretti del Bhutan. L’azienda fornisce gratuitamente le piante, assistenza tecnica e supporto durante la coltivazione, impegnandosi successivamente all’acquisto delle nocciole prodotte.
Il clima modifica il fabbisogno in freddo
Uno degli aspetti tecnici più interessanti dell’esperienza bhutanese riguarda però l’adattamento varietale.
Secondo quanto riferito ad AFP da Mountain Hazelnuts, la varietà inizialmente distribuita necessitava di circa tre mesi di basse temperature per svilupparsi correttamente. L’aumento delle temperature ha progressivamente modificato queste condizioni: negli impianti situati alle quote inferiori, in alcuni casi, il periodo caratterizzato da temperature sufficientemente basse si sarebbe ridotto fino a circa sei settimane.

Una variazione rilevante per una specie nella quale il soddisfacimento del fabbisogno in freddo condiziona la regolarità delle fasi fenologiche e, di conseguenza, la capacità produttiva. La risposta adottata dall’azienda è stata quella di intervenire direttamente sul materiale vegetale già presente negli impianti.
Innesti con materiale genetico proveniente dalla Georgia
Per gli alberi coltivati tra 1.600 e 2.400 metri, Mountain Hazelnuts ha avviato un programma di innesti utilizzando materiale proveniente dalla Georgia, selezionato per un minore fabbisogno di ore di freddo. Una soluzione finalizzata ad adattare gli impianti esistenti alle nuove condizioni climatiche senza procedere necessariamente alla loro sostituzione.
L’innesto rappresenta del resto uno degli strumenti sui quali l’azienda ha costruito una parte importante della propria strategia tecnica. Mountain Hazelnuts riferisce di avere realizzato in Bhutan programmi di grafting su vasta scala, in collaborazione con le autorità agricole nazionali, utilizzando marze provenienti da noccioleti maturi di differenti Paesi.
Il programma ha richiesto anche la costruzione di una catena del freddo per trasferire il materiale di propagazione dai noccioleti della Georgia e dell’Australia fino agli impianti himalayani. Parallelamente sono state condotte valutazioni fenologiche e trattamenti del materiale vegetale per ridurre i rischi fitosanitari.

Gli innesti sono stati utilizzati anche per affrontare un’altra criticità emersa nei primi anni del progetto: la disponibilità e la corretta presenza degli impollinatori, che aveva inizialmente limitato la capacità produttiva di alcuni impianti.
Una produzione ancora limitata
Nonostante l’ampiezza del progetto, la filiera bhutanese del nocciolo si trova ancora in una fase iniziale dal punto di vista produttivo. AFP indica per il momento una produzione nell’ordine delle 30 tonnellate, ma molti degli impianti stanno raggiungendo soltanto ora una maggiore maturità produttiva. Mountain Hazelnuts prevede quindi un rapido incremento dei raccolti nei prossimi anni.
L’obiettivo dichiarato dall’amministratore delegato Sean Watson è arrivare entro il 2031 a 10.000 tonnellate di nocciole, un traguardo ancora molto distante dai volumi attuali e legato alla progressiva entrata in produzione degli impianti. Secondo l’azienda, gli alberi iniziano normalmente a produrre dopo quattro-cinque anni dalla messa a dimora.

Più che i volumi attuali, il caso del Bhutan offre quindi un elemento di interesse tecnico: anche in un ambiente montano apparentemente favorevole al nocciolo, la variazione delle temperature può modificare rapidamente l’idoneità del materiale genetico utilizzato.
L’esperienza di Mountain Hazelnuts mostra come scelta varietale, fabbisogno in freddo, impollinazione e capacità di intervenire attraverso gli innesti diventino elementi centrali nella progettazione e nella gestione di nuovi areali corilicoli in uno scenario climatico in evoluzione. E sul fronte tecnologico l’Italia si conferma un partner di primo piano: sotto la gallery con l’impianto realizzato da Chianchia.






Fonti: Agence France-Presse; Mountain Hazelnuts.
Pubblicato 08-10-2026





